UN AIUTO ALLE PMI DALLA RICERCA UNIVERSITARIA. I COMPETENCE CENTER PER COLMARE IL GAP TECNOLOGICO DEL MODELLO FORMATIVO ITALIANO

Il piano industria 4.0 del governo italiano, varato nel 2016, è partito. Le imprese italiane sono nel pieno di una crescita che verte sulla digitalizzazione di strumenti e risorse, che verrà coadiuvata da programmi di formazione, ricerca e incentivi economici per l’acquisto e la manutenzione di macchinari elettronici.

Un aiuto consistente anche per l’acquisizione di risorse in grado di fronteggiare la richiesta di competenze nuove, come quelle che operano nell’automazione, nell’ITC, nel Cloud, nella Data Science e nella Cyber Security. L’investimento nel capitale umano e nella sua formazione è infatti uno dei focus del piano industria 4.0, che ha previsto la fondazione di Competence Center con lo scopo di formare giovani e meno giovani da inserire nelle imprese italiane.

I Competence Center saranno un ponte tra impresa, laboratori di ricerca e sviluppo di competenze, grazie ai quali la distanza tra domanda e offerta di profili adatti ai nuovi mestieri potrà essere meno incombente nel futuro dell’Industria 4.0.

Parliamo dei Competence Center con Lorenzo Semilia, Responsabile Vendite di Investech, che da anni lavora a stretto feedback con le esigenze commerciali e strategiche di aziende ad alto tasso di innovazione tecnologica.

Cosa ne pensi dei Competence Center?

Lorenzo Semilia:

Si tratta di far comprendere agli studenti le tendenze di mercato più importanti legate al mondo della digitalizzazione. Con i Competence Center si creeranno delle sinergie tra aziende e università. L’obiettivo è innovativo anche per quanto riguarda l’evoluzione del mondo accademico in Italia, che è frenato da diverse problematiche che non coinvolgono però le sole università. I risultati ci saranno purchè il contributo non sia unilaterale, ovvero che coinvolga allo stesso modo università e aziende, in modo tale che ciascuna dia un apporto di risorse ugualmente significativo. Un modello di insegnamento e valorizzazione delle materie tecniche a cui dovremmo fare riferimento è quello, ad esempio, della Germania, dove c’è una cultura della formazione tecnica di base che è molto superiore a quella italiana, figlia anche di precise scelte politiche di indirizzamento delle priorità del paese.

Il gap tra domanda e offerta di lavoro che sta crescendo in maniera esponenziale negli ultimi anni nel settore IT Industry, credi che possa essere colmato, anche in parte, da iniziative di questo tipo?

L.S.:

E’ essenziale che i Competence Center non restino solo puri esercizi accademici – teorici. I ragazzi che escono dall’università sono motivati, convinti e preparati dal punto di vista dell’organizzazione mentale, meno dal punto di vista della collisione con le esigenze del mondo del lavoro. Ricerca e innovazione sono ciò di cui ha bisogno un’azienda che vuole essere innovativa e competitiva e in questo le università possono dare un grande apporto attraverso i Competence Center, contribuendo a fare sinergia tra quelle che sono le esigenze delle aziende in termini di ricerca ed esigenze del mercato. Occorre quindi consolidare un canale di interscambio continuo di informazioni tra impresa e mondo universitario.

Ci vogliono quindi un interesse e una motivazione comune, di università e aziende, nel formare i nuovi professionisti nel settore Digital e IT?

L.S.:

Esattamente.

Introducendo il tema della spinta motivazionale, quanta responsabilità, ha – in Italia – il modello formativo delle Università italiane nell’alto tasso di abbandono dei corsi di studio a indirizzo scientifico e tecnologico?

L.S.:

Prenderei questo discorso da più lontano.  L’università in questo senso non deve sobbarcarsi, in ultimo atto, le mancanze di un sistema formativo che parte dagli esordi delle tappe scolastiche. Parlo di tutta la scuola, non solo dell’università, dove si è da sempre privilegiata una cultura di tipo umanistico piuttosto che tipo di scientifico. Questo ha disincentivato molti giovani a seguire un percorso scolastico e accademico in questi settori, valutando gli studi tecnico-scientifici come di “serie B”. Occorre nobilitare il percorso di formazione tecnico-professionale e la cultura tecnica nel suo insieme, invitando i giovani a scegliere percorsi di studi di questo tipo, perchè questo porterà valore e risultati alla loro carriera e al sistema paese. Creare un percorso continuo che parte dalla scuola e arriva fino al mondo del lavoro, assicurando a chi ha scelto un indirizzo professionale di questo tipo tutto il supporto formativo necessario, anche dopo il periodo scolastico. L’abbandono delle università è funzionale alla motivazione che ha lo studente, che deve essere supportato nel suo percorso con una formazione sempre aggiornata. Il sentirsi parte di un progetto attivo e non obsoleto è una grande spinta motivazionale per studenti e futuri professionisti. Funziona in questo modo anche all’interno delle aziende, in particolar modo quando si tratta di Information Technology, che è un settore in costante e rapido cambiamento, dove essere aggiornati su nuovi paradigmi e competenze diventa necessario per sentirsi parte integrante di un progetto. Una logica simile deve essere applicata  in ambito scolastico, dove se non si consente ad una persona di essere parte attiva, questa perderà la motivazione a proseguire nel percorso di studi trovando nella scuola un luogo nel quale non riesce a focalizzare i propri interessi e ambizioni professionali. Con il Competence Center si dà la possibilità ai professionisti di essere aggiornati su obiettivi concreti e raggiungibili, quindi oggetto di crescita motivazionale.

La motivazione a tal proposito deve essere ambivalente. A dare l’imput alle università deve essere proprio il mondo del lavoro per costruire un ambiente di crescita più motivante.

L.S.:

Le aziende devono suggerire  linee guida sulle quali impostare le scelte formative del sistema scolastico. Devono essere due mondi che comunicano – le aziende e le università – dove la ricerca deve fornire preparazione continua e favorire l’interscambio di informazioni. Ora non è così.

Infatti il 60% di studenti che abbracciano la carriera universitaria in ambito tecnico o scientifico abbandonano prima della laurea.

L.S:

Esatto. Ma se gli studenti si sentissero parte di un contesto dove c’è dinamismo, innovazione, compartecipazione e possibilità di crescita professionale completerebbero il percorso di studi.

Nel settore IT, la formazione erogata dalle aziende – anche per mezzo di società di outsourcing – in funzione di specifici progetti, quanto peso ha nel completamento di pacchetti di skills essenziali al rinnovamento di tecnologie e servizi?

L.S.:

Il settore IT è estremamente vasto, integrando di fatto una molteplicità di competenze in continua evoluzione. Dal mondo della scuola e della formazione accademica è illusorio pensare di poter avere risorse immediatamente inseribili nei contesti produttivi. Qui subentra il ruolo dei Competence Center aziendali.  Ogni azienda IT che vuole stare sul mercato in maniera efficiente e innovativa ha bisogno sostanzialmente di tre cose. La prima è utilizzare al meglio le competenze interne per tracciare le linee strategiche ed individuare le aree funzionali e tecnologiche ove concentrare gli investimenti. La seconda è inserire e rendere produttive rapidamente le giovani risorse che si affacciano al mondo del lavoro garantendone parallellamente un percorso continuo di crescita e aggiornamento delle competenze. La terza è l’adeguamento continuo del proprio capitale umano attraverso l’ampliamento delle competenze e la crescita professionale del proprio personale.

Intervista a cura di Claudia Sistelli

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